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CELLA 211, di Francisco Pérez Gandul |
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 Era tempo che non leggevo un libro così duro. D’altra parte il mondo delle carceri deve essere uno dei più duri, dove veramente lo scontro è pane quotidiano e la violenza la fa da padrona. Francisco Pérez Gandul ambienta il suo “Cella 211”, pubblicato da Marsilio, in un carcere di massima sicurezza di Siviglia e fa raccontare la sua drammatica storia da tre distinte voci, che si alternano e sovrappongono, ritornando spesso sullo stesso evento, visto però da tre differenti angolature. La storia è quella di una rivolta carceraria nel corso della quale il destino, a volte beffardo e crudele, vuole che sia coinvolto Juan Oliver, una giovane guardia carceraria che ha avuto l’avventatezza di presentarsi un giorno prima dell’inizio ufficiale del suo incarico, divenendo così, suo malgrado, protagonista. Infatti, quando scoppia la sommossa, per una serie di sfortunate coincidenze, Juan si ritrova fra detenuti, più precisamente nella cella 211, e riesce brillantemente a farsi passare per uno di loro...
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CATERINA SULLA SOGLIA, di Susanna Bissoli |
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 Anche nei luoghi più bui e angusti brillano ogni tanto spiragli di luce imprevista, soffi inattesi d’aria fresca. È così persino nella Verona giustizialista e repressiva di Tosi, il sindaco-sceriffo della Lega cui piace tanto declamare slogan xenofobi in TV. Ignorato, quando non ostacolato dalla giunta cittadina, il circolo culturale Malacarne da anni invita a Verona artisti, narratori e musicisti per esposizioni, concerti, scuole di scrittura. È in una di queste occasioni che due autori come Paolo Cognetti e Matteo B. Bianchi hanno conosciuto la delicata malinconia e la voce e precisa di Susanna Bissoli. I due l’hanno incoraggiata, seguendo con attenzione il suo lavoro e scommettendo sul suo talento fino all’incontro con Davide Musso, l’editor di Terre di Mezzo che pubblica ora il volume d’esordio della Bissoli, una raccolta di racconti in cui si fondono elementi autobiografici, felici intuizioni narrative e uno stile sempre misuratissimo.
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FERITO, di Percival Everett |
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 Lo sfondo di questo romanzo è un paesino del Wyoming dal nome molto dylaniano di Highland. L’immancabile Wal-Mart, la stazione delle corriere, qualche diner, l’ufficio dello sceriffo e, intorno, terra a perdita d’occhio, una proprietà dopo l’altra, con fiumiciattoli, colline e strettissimi canyon come incerti confini, sino al gran Deserto Rosso che abbraccia e chiude l’orizzonte. È una comunità pacifica in cui la vita è dura e appagante come su qualunque frontiera e dove persino per l’allevatore di cavalli John Hurt, l’origine afroamericana non è mai stata un problema. Quando però un ragazzo che lo aiuta col bestiame viene accusato del brutale omicidio di un giovane gay, le cose cambiano e Highland diventa improvvisamente un luogo molto meno accogliente.
Everett conferma qui l’acuta intelligenza già rivelata in Cancellazione (Instar), in Glifo e nella Cura dell’acqua (entrambi per Nutrimenti). Se l’opera di questo eccellente autore è ancora in gran parte inedita da noi, è anche per l’abilità con cui egli plasma e controlla la lingua inglese. Un plauso allora a Marco Rossari che, dopo aver sudato sui limerick e le ricercate sgrammaticature della Cura dell’acqua, ricrea qui una tavolozza espressiva dove il lirismo di alcune descrizioni si armonizza alla perfezione con l’asciuttezza dei dialoghi.
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LE STORIE DI MIA ZIA, di Ugo Cornia |
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 Cento raccontini di una paginetta sul brodo di pollo della zia Bruna, i corteggiatori di zia Filomena, il gatto della zia Peppina e altri aneddoti, altrettanto interessanti. Verso la fine, venendogli a mancare storielle bastanti ad arrivare alla cifra tonda, Cornia trascrive persino qualche barzelletta.
Sono forse (ed è tutto dire) le pagine più divertenti di questo quadernino di bozzetti che immiserisce e riduce definitivamente al grado zero l'idea di narrazione condivisa dalla scuola emiliana di Nori, Cornia, Benati etc. etc. (e vien da chiedersi se davvero Feltrinelli avesse bisogno di schierare una tal sfilza di narratori così omogenei). Questa tecnica divagatoria, questa poetica dell'inconsistenza, della stralunatezza, dei piccoli e buoni valori di una volta è un approccio che ha dato dei risultati interessanti quando è stato praticato con onestà ma che, in casi come questo libbricino inutile e compiaciuto, diventa puro macchiettismo.
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STABAT MATER, di Tiziano Scarpa |
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 La Mater di questo romanzo non è presente, come quella Dolorosa ai piedi della croce nella sequenza di Jacopone da Todi. Il suo “stare” è nell’assenza con cui ossessiona i pensieri e domina le veglie notturne e le lettere che l’orfana Cecilia le scrive, arrampicata in uno dei più remoti sottotetti dell’istituto. Lettere di immaginazione e solitudine, vergate su ritagli di carta da musica. All’Orfanotrofio della Pietà infatti le ragazzine imparano a suonare per fare bella figura in società e (magari) trovare anche marito. Niente di tutto questo interessa a Cecilia, non le compagne, non il violino per cui pure è molto dotata, e nemmeno il nuovo insegnante, un prete dai capelli rossi, di nome Antonio Vivaldi. Ogni pensiero della ragazza è per la madre, mai conosciuta e sempre evocata in una vita di prigionia e solitudine assoluta. Ma cosa succede quando l’arte, con il suo potere di liberazione, incontra una creatura tanto priva di libertà?
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ALLA CONQUISTA DI LHASA, di Peter Hopkirk |
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 Peter Hopkirk ha conquistato molti lettori italiani (fra loro anche chi scrive) con Il Grande Gioco, monumentale ricostruzione di un secolo conflitti, spesso occulti, tra britannici e russi per il dominio dell’Asia centrale, del Caucaso e di quei passi afgani, come il Bolan e il Khyber che costituiscono a tutt’oggi le principali vie d’accesso al subcontinente indiano. Con Alla conquista di Lhasa, Adelphi prosegue nella pubblicazione dell’opera di Hopkirk sulla storia della penetrazione europea in Asia centrale. Il tema di questo appassionante volume sono le imprese epiche, astute e non di rado incoscienti, con cui gli occidentali si sono progressivamente avvicinati e hanno infine raggiunto il “Tetto del Mondo”. A partire dal 1860 infatti, il Tibet, paese proibito ai viaggiatori (agli occidentali in particolar modo), ha costituito la sfida più appassionante per un’umanità che ancora non aveva finito di esplorare il mondo che la ospita.
Hopkirk inizia descrivendo le imprese dei pandit, gli esploratori indiani addestrati dal Survey of India, un corpo d’elite cui appartenne anche Sarat Chandra Das, il pandit che ispirò Kipling per il personaggio di Mookerjee in Kim. Travestiti da pellegrini o carovanieri, usando strumenti nascosti e basandosi su rilevazioni pioneristiche ma estremamente precise, nel corso di viaggi rischiosissimi che potevano durare anni, i pandit sono stati i primi cartografi moderni di questa regione ancora sconosciuta. Il libro narra poi le numerose spedizioni in cui i tibetani ebbero ragione dell’astuzia o della tenacia degli esploratori europei, e si spinge fino all’effettiva conquista della capitale da parte di un’armata britannica (1904) e persino oltre, con la fiabesca avventura dell’equipaggio d’un B-24 americano che fu costretto a paracadutarsi vicino a Lhasa poco prima del Natale 1943.
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I BAMBINI INVISIBILI, di Pina Varriale |
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 Chi camminando per strada o fermo in automobile ad un semaforo non è stata infastidito riconoscendo l’inequivocabile fisionomia di uno zingaro e, per evitare perfino di dare una risposta, ha fatto finta di non vedere la mano tesa o di non sentire la richiesta insistente di qualche moneta? Chi – ancor di più – non si è indispettito ulteriormente di fronte alla donna lamentosa che ha al collo un bambino in fasce e due o tre pargoletti attaccati alle lunghe e variopinte gonne? A me è successo tante volte. Non so come sarà la prossima volta che mi capiterà, ma forse riuscirò a guardare queste scene ricorrenti con occhi diversi dopo aver letto la storia in cui Pina Varriale ha voluto come protagonista la piccola Sevla, una Rom di dodici anni, che ci racconta il mondo dal suo punto di vista. Un mondo molto lontano da quello dei gagé, come ci chiamano, quindi i non Rom, che proprio non capiscono come si possa amare vivere in sgangherate roulotte senza acqua corrente e addormentarsi al suono dei violini. E neppure come si possa scegliere il proprio guardaroba o l’arredamento fra i cassonetti dei rifiuti.
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LA VITA BASSA, di Alberto Arbasino |
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 Con un’ironia tanto più raffinata perché è prima di tutto auto-ironia Arbasino ritorna a guardare l’Italia con la sprezzatura intelligente e caustica che animava In questo Stato (appena riedito da Garzanti) e Un paese senza.
Ricordando sempre che “Plus ça change, plus c’est la même chose”, l’autore di Super-Eliogabalo seppellisce con la sua risata amara (e, sotto sotto, ancora malinconica) gli insopportabili tormentoni e birignao del linguaggio mediatico e politico, fa a pezzi l’ordinaria miseria dei sedicenti intellettuali odierni, denudandone impietoso l’asservimento in vista di meschine rendite di posizione. Ad Arbasino basta un giro per i “plebeissimi bar sport” esecrati dagli intellettuali o sul territorio fra la Ciociaria e l’Agro pontino, per cogliere gli umori di un’Italia in cui la tragedia si ripete in farsa, continuamente minacciata o (più spesso) attratta da ricadute all’indietro, in eterno assediata e allettata dal “nuovo che avanza da quarant’anni”. Mentre l’élite politico-intellettuale pondera col bilancino eventuali ricadute elettorali della mezza frasetta, della sortita (ma cauta), della presa di posizione (ma prudente), Arbasino fotografa “un elettorato di consumatori” che vive lontano dai sondaggisti, senza aver mai sentito parlare di loft e think-tank, rigoglioso di “cicce” e “pannicoli d’adipe” tracimanti da una “vita bassa” che si fa metafora facile ma non meno azzeccata del nostro tempo e delle sue aspirazioni.
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LETTERE A NESSUNO, di Antonio Moresco |
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 Più di dieci anni sono passati dal 1997 in cui Bollati Boringhieri mandò nelle librerie la prima parte delle Lettere a nessuno. In quel volume ormai raro era raccolto l’epistolario di uno scrittore totalmente e pervicacemente inedito. Un epistolario, s’è detto, “esploso e sotterraneo”. Esploso perché formato d’una congerie disparatissima di materiali annotati su quaderni, agendine, risvolti di libri e perfino biglietti del tram. Ci sono abbozzi, frammenti, progetti, riflessioni e naturalmente le lettere che Antonio Moresco ha scritto nell’arco di dieci anni, dal 1981 al 1991, tanto consapevole della loro inutilità da non spedirle neppure, e nello stesso tempo, proprio per questo, incapace di astenersi dal dialogo con interlocutori muti, immaginati, a volte persino inventati. Ecco dunque la componente sotterranea: Moresco ha steso le sue Lettere durante il periodo lunghissimo in cui è rimasto del tutto inedito, sprofondato, al buio, come nell’agghiacciante favola dei Grimm in cui il braccino di un bimbo sepolto spunta ostinato dalla fossa. Allo stesso modo Moresco, che non esiste per nessuno, che viene ignorato, respinto, liquidato in fretta e furia, continua ostinato a scrivere e a farsi avanti, a proporre i suoi inediti, come dal fondo di una caverna, schiacciato sotto la pressione di tonnellate di roccia e fango ma non ancora arreso.
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LA RAGAZZA DI VAJONT, di Tullio Avoledo |
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 L’ultimo romanzo di Tullio Avoledo parte come un What if…, una delle ucronie che lo scrittore friulano ha già frequentato -e bene- in altri romanzi, primo fra tutti Lo stato dell’unione. Siamo in un futuro non molto lontano, dove cataclismi e guerre hanno trasformato completamente il pianeta. L’Italia ha conosciuto di nuovo l’abominio della dittatura, delle leggi razziali e della pulizia etnica e ora è uno Stato privo di risorse economiche, di futuro, di speranza, immerso in quello che sembra un inverno perenne.
Il protagonista del libro è un uomo fragile, con ricordi confusi del suo passato ma con la certezza di essere stato complice, di portarsi addosso la responsabilità dell’Orrore. Prima, in un passato che appare ormai lontanissimo, il protagonista era solo uno scrittore, giunto al successo con alcuni saggi sullo Sterminio nazista. È proprio per quelle pubblicazioni che il Capo del Partito d’ordine ha chiesto il suo consiglio. Lo scrittore, senza pensarci, ha risposto, fornendo idee, discorsi, strategie per arrivare al potere. E ora quella complicità lo segna, come la cicatrice che gli sfregia il torace, e lo grava di un peso che raddoppia quando lui s’innamora di una ragazza, incontrata per caso e colpevole di essere una mischling dal sangue impuro.
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| Giovedì, 13 maggio | | · | Cosa Voglio Di Più, di Silvio Soldini |
| Domenica, 02 maggio | | · | L’OMBRA DEL FALCO, di Pierluigi Porazzi |
| · | GREEN ZONE, di Paul Greengrass |
| · | L’IPNOTISTA, di Lars Kepler |
| Domenica, 04 aprile | | · | IO SONO L'AMORE, di Luca Guadagnino |
| Giovedì, 11 febbraio | | · | A SINGLE MAN (UN UOMO SOLO), di Tom Ford |
| · | SATELLITI DELLA MORTE, di Gunnar Staalesen |
| · | A Bahia, festa infinita |
| Lunedì, 01 febbraio | | · | CATERINA SULLA SOGLIA, di Susanna Bissoli |
| Domenica, 03 gennaio | | · | IL TESTAMENTO DI NOBEL, di Liza Marklund |
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