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GREEN ZONE, di Paul Greengrass
Al cinemaC’è uno schema che si ripete invariato da che l’uomo è tale. Paradossalmente è l’espressione più bassa dell’essere umano, eppure lo contraddistingue sicuramente dal momento in cui ha cominciato ad evolversi. Vero è che la lotta per la sopravvivenza è propria anche delle bestie, ma l’uomo, evolvendosi, l’ha trasformata in guerra. E troppo spesso, forse mai, la lotta che vede coinvolto l’uomo ha la connotazione di scontro per la sopravvivenza. Al contrario, la guerra scoppia per un bisogno di sopraffazione connaturato all’uomo e ne esalta gli aspetti peggiori. Lo schema è dunque sempre il medesimo: la sete di potere porta a decidere di annientare altri esseri umani con qualsiasi mezzo a disposizione, ma cambiano le modalità. In fondo, l’uomo continua ad evolvere e la tecnologia ha fatto passi da gigante. In “Green zone” abbiamo un saggio di quelle che sono le modalità più aggiornate per fare guerra, perché il film di Paul Greengrass racconta uno degli ultimi episodi di questa storia di sangue senza fine.

Più precisamente siamo in Iraq, nel 2003, durante la prima fase di occupazione americana, quando ancora si cercavano le armi di distruzione di massa che avevano giustificato l’invasione. Parliamo dunque di una manciata di anni fa, e, sebbene la desolazione di Baghdad bombardata non possa essere molto diversa da quella che tutte le città della storia hanno conosciuto, la forza della devastazione si è incrementata. Le vittime civili si mescolano con quelle militari perché non c’è soluzione di continuità fra il campo di battaglia e i luoghi dove si vive. È la curiosità del sottoufficiale Roy Miller (Matt Damon), dopo tre inutili azioni alla ricerca della fatidiche armi, ad interrompere il vortice degenerativo del potere.
È lui l’elemento capace di far brillare l’altro lato della medaglia, che per fortuna è anche tipico dell’essere umano, o per lo meno di una fetta di umanità, quel lato in cui prevale la ricerca di valori che potremmo definire democratici, in ogni caso di valori che mettono al primo posto la dignità umana e non la sete di potere. In realtà, non è così marcata la separazione fra bene e male, come effettivamente accade comunemente, le velleità di Greengrass non sono quelle di scoprire o di insegnare niente di nuovo, ma piegando la trama alle esigenze del cinema d’azione spionistico fa anche una sana autocritica alle scelte politico-militari del suo paese e, se vogliamo allargare lo sguardo, dell’intero globo terrestre.

Benedetta Giorgi Pompilio
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Articolo scritto Domenica 02 maggio 2010, ore 11:05
da benedetta
 
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