A SINGLE MAN (UN UOMO SOLO), di Tom Ford |
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 Siamo a Los Angeles ed è il 1962. Nell’aria si respira la tensione: il pericolo di Cuba e di una guerra nucleare sembra incombente. George Falconer (Colin Firth) è un professore universitario inglese bello, distinto, elegantissimo. Sembrerebbe perfetto lui, perfetta la sua casa, perfetto ogni dettaglio della sua vita, ma da subito si innesta una frattura: la patina di perfezione si increspa e l’increspatura è dovuta al dolore. George ha perso il suo compagno Jim in un incidente di macchina, una morte improvvisa e imprevista che ne ha acuito il senso della perdita rendendolo insopportabile. Gli pare di non poter sopravvivere al proprio lutto e così decide che quello deve essere il suo ultimo giorno di vita e prepara minuziosamente questo commiato, scegliendo addirittura quale vestito dovranno fargli indossare al funerale o trascorrendo quella che pensa sia l’ultima serata con la sua più cara amica. Tratto dall’omonimo romanzo di Christopher Isherwood (1964), “A single man” – “Un uomo solo” - è stato trasposto nella versione cinematografica da un regista e produttore che di mestiere ha fatto tutt’altro, il che non gli impedirà di portare avanti due carriere parallele, da oggi in poi. Lo statunitense Tom Ford è, infatti, uno stilista notissimo, già direttore creativo di marchi internazionali quali Gucci e Yves Saint Laurent, che si cimenta con sceneggiatura e macchina da presa, riscuotendovi il medesimo successo che riscuote sulla passerella. Il film, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, è valso al suo protagonista Colin Firth, per altro magistrale nella sua interpretazione, la Coppa Volpi, ed è fra i favoriti nella corsa all’Oscar.
Se nel romanzo, edito in Italia prima da Guanda e ora da Adelphi, spicca lo stile spoglio, disadorno, ma attraversato da un’ironia inesorabile ed inesauribile, sul grande schermo colpiscono l’attenzione per il gusto, per l’estetica del dettaglio, accompagnati da una splendida colonna sonora, e la costruzione della storia attraverso una serie di scatti, o forse meglio dire di scarti fra presente e passato. Perché George riesce a vivere ormai solo nel passato, e qualsiasi oggetto, qualsiasi sguardo, qualsiasi situazione rimanda al suo vissuto con Jim. La grande storia d’amore, interrotta dalla morte, con il suo carico di sofferenza che ne deriva, ci ricorda come, molto spesso (sempre?), la crisi privata per il singolo – e l’umanità è fatta di singoli – abbia la meglio su quella pubblica e di come sia comune e banalmente ripetitivo l’errore di non saper vivere giorno per giorno. Così questo film è un piccolo spaccato di storia universale sull’isolamento e sulla capacità umana di interromperlo, dovendo però alla fine fare i conti con il cinico realismo della forza del destino, che poco si preoccupa di cosa si agiti nell’animo umano.
Benedetta Giorgi Pompilio
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Articolo scritto Giovedì 11 febbraio 2010, ore 22:02 da benedetta |
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