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SATELLITI DELLA MORTE, di Gunnar Staalesen
L'Angolo del GialloVarg Veum è un detective. Benché abbia molte delle caratteristiche comuni al tipico detective hard boiled - che deve essere onesto, ironico, disincantato, amante della solitudine, ma anche della bottiglia e del gentil sesso, alla Philip Marlowe per intenderci - il suo nome tradisce in modo lampante origini geografiche piuttosto distanti da quelle dell’eroe di Chandler. Infatti, il nostro Veum vive e lavora a Bergen, Norvegia, dove è nato nel 1947, come il suo creatore Gunnar Staalesen. Da giovane, il suo primo mestiere è stato quello dell’operatore sociale e il suo caso “Satelliti della morte”, pubblicato in italiano nella esordiente collana Ombre da Iperborea (anche se in realtà è il penultimo che lo vede protagonista), affonda le radici proprio in quel passato di giovane idealista. Sono trascorsi venticinque anni dall’afoso luglio del 1970, in cui, insieme ad una collega con un’esperienza sicuramente superiore alla sua nell’assistenza ai minori, incontra Janegutt, ancora in fasce, con una madre alcolizzata che fatica a prendersi cura di lui. Da lì inizia l’odissea del piccolo, la cui strada il destino vuole che si incroci più volte con quella di Varg Veum, sia quando quest’ultimo ancora crede di poter dare il meglio di sé nel sociale, sia quando ha definitivamente abbandonato quella via per imboccare quella dell’investigatore privato. Purtroppo il motivo scatenante di questi incontri è sempre un problema in cui Janegutt si è cacciato o si è trovato invischiato, fino a quando è addirittura accusato di un brutale duplice omicidio ed è proprio la caparbia di Veum a far emergere la verità di una macchinazione che coinvolge il suo protetto dalla notte dei tempi.

“Alta sulle montagne era sorta la luna, il pallido satellite della terra, distante e solitario nella sua eterna orbita intorno al caos e all’inquietudine di quaggiù. Mi venne in mente che la luna non era sola, dopotutto. Eravamo in molti a gravitare inesorabilmente interno allo stesso caos, alla stessa inquietudine, senza poter intervenire né cambiare qualcosa. Eravamo tutti satelliti della morte”. Un’aura di morte sembra effettivamente avvolgere, senza mai venir meno, il co-protagonista di questa vicenda, Janegutt, e Veum gli gravita attorno, anche senza volerlo, con una sorta di predestinazione che diventa l’unica fortuna di un ragazzo altrimenti nato sotto una luna decisamente cattiva. È vero che, per chi è abituato a leggere spesso detective story, ad un certo punto sembra inevitabile la verità, ma è anche vero che la lotta impari che questo investigatore nordico conduce contro le istituzioni e la società – sempre in cerca del proprio capro espiatorio - appassiona e coinvolge, dall’inizio alla fine. Forse perché tutti ci sentiamo, chi prima chi dopo, un poco satelliti, se non proprio della morte, di un caos costituito da ataviche inquietudini, da cui pare impossibile sfuggire.
Benedetta Giorgi Pompilio

Gunnar Staalesen è nato a Bergen, in Norvegia, nel 1947. Dal 1975 si è applicato al poliziesco di grande tradizione classica, quella di Chandler e Hammet, rinnovandolo grazie all’invenzione del detective privato Varg Veum, protagonista finora di tredici romanzi tradotti in dodici lingue e adattati per il cinema e la televisione. Staalesen è anche autore di romanzi storici dedicati alla sua città natale. “Satelliti della morte” è il primo romanzo della collana di “gialli” Iperborea, Ombre.
Gunnar Staalesen, “Satelliti della morte”, 2009, traduzione e nota di Maria Valeria D’Avino, Edizioni Iperborea
Articolo scritto Giovedì 11 febbraio 2010, ore 22:02
da benedetta
 
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