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INGLOURIOUS BASTERDS, di Quentin Tarantino
Al cinema Un classico Mexican standoff ambientato durante la seconda guerra mondiale in un locale in territorio francese, una squadra speciale di soldati ebrei che combattono il Führer e ricavano scalpi dalle teste dei militari teutonici, un lungometraggio, film nel film, che racconta l’interminabile e ripetitiva gloria militare di un soldato tedesco: Tarantino non si è fatto mancare niente. Costruito ricalcando a più riprese la struttura e il linguaggio del suo Kill Bill I, Inglourious Basterds (tradotto goffamente ed erroneamente: Bastardi senza gloria) si presenta come un testo stratificato, in cui Tarantino, tra citazionismo e ricostruzione/rilettura storica riesce a divertire e – sorpresa – a far riflettere. Il progetto della sua ultima fatica affonda le radici in determinati modelli di riferimento, su tutti il film di Enzo G. Castellari Quel maledetto treno blindato, uscito nel 1977 e uscito negli Stati Uniti col titolo Inglorious Bastards. Tarantino parte quindi da una storpiatura: il suo Inglourious Basterds, con una vocale di troppo e una errata, fornisce la prima possibile lettura del film, che ci presenterà una storia altrettanto modificata e artefatta.

Siamo lontani, agli antipodi delle traballanti ricostruzioni americane della Storia, come quelle viste recentemente in Miracolo a Sant’Anna, nel quale un irriconoscibile Spike Lee legge – o forse travisa – in maniera più tragicomica che imperdonabile una delicata pagina della storia contemporanea, permeandola di una nauseabonda vena benignesca (sì, mi riferisco proprio a Benigni, e al suo La vita è bella). Niente di tutto ciò. Tarantino, si sa, è un maestro dell’entertainment, i suoi film vogliono intrattenere e divertire offrendosi come metatesti filmici, opere composte di opere. Ma, come detto, in questo caso Quentin offre una seconda possibilità di lettura, un altro approfondimento culturale dell’opera. Addestrati e arringati dal ridicolo accento prodotto dall’ipertrofica mandibola del tenente Aldo Raine “the Apache” (impersonato da un Brad Pitt in gran spolvero), un commando di otto soldati di origine ebraica si apprestano a seminare il terrore nelle file dell’esercito tedesco. Loro compito è uccidere quanti più nazisti possibile, e ottenere per il loro tenente lo scalpo dei soldati tedeschi. La storia di questo gruppo, formato tra gli altri da uno psicopatico traditore tedesco (Til Schweiger) e da un folle battitore di baseball (Eli Roth), s’incrocia con il beffardo destino di Shosanna Dreyfus (Mélanie Laurent), fuggiasca ebrea francese, rifugiata a Parigi sotto falso nome dopo lo sterminio della propria famiglia da parte delle SS, comandate dal colonnello Hans Landa (un magistrale Christoph Waltz, premiato a Cannes per la sua interpretazione). Le storie parallele s’incontreranno nella devastazione finale della sala cinematografica nella quale verrà fatto scempio del corpo di Hitler, Göring e altri dignitari del Terzo Reich. Il finale del film rappresenta quindi una versione alternativa della Storia, un finale ucronico nel quale la guerra si conclude con la sconfitta del Nazismo in una notte sola, in una fiammata, in una sala cinematografica per mano del cinema stesso: il totalitarismo si era avvalso del grande schermo, mezzo di comunicazione popolare per eccellenza, per esercitare tutto il potenziale della sua propaganda, e ora è il cinema stesso che si rivolta contro la dittatura, avvolgendo nelle fiamme prodotte dalla combustione delle pellicole 35mm gli oppressori tedeschi. Quentin stavolta ha voluto strafare, e c’è riuscito: ha portato la sua cinepresa nel vecchio continente, ha disposto del materiale a sua disposizione come ha voluto, ha raccolto intorno a sé un cast eccezionale, è riuscito a omaggiare tutte le tipologie di cinema che ha sempre amato, inserendo nella pellicola le sue solite fissazioni feticiste, ha optato per una colonna sonora più discreta del solito, ma dai brani mirati ed evocativi. Ritornano tra le altre le arie di Morricone (le stesse già presenti in Kill Bill) che ricollegano tutto l’orizzonte del film ad una dimensione epica americana, un panorama che riassume in sé il duplice gusto per il western e per il cinema d’exploitation degli anni ‘70. Si va dall’arrivo del nemico tedesco all’inizio del film, evocativo di atmosfere da frontiera americana alla Sergio Leone, alle raffiche di mitra del finale, degne di un gangster movie. E ancora, le morti melodrammatiche nella cabina di regia, il rosso e il bianco dei vestiti dei mancati amanti, il mantello porporato del grottesco Imperatore-Hitler, colto mentre un nano ne dipinge le fattezze: i dati visivi, le connotazioni cromatiche, sono quelle del cinema classico. In Inglourious Basterds si arriva ad uno schiacciamento totale degli stili cinematografici: tutto contribuisce a creare una “Storia secondo Tarantino” e una “Storia secondo il Cinema”. Lo scontro tra le due entità è evidente: il Cinema si tira fuori dal corso degli eventi, fa appello alla sua capacità finzionale ricostruendo una storia che lo vede protagonista, e lo fa utilizzando brandelli del proprio passato. La Storia è nel particolare dei capitoli in cui è scandito il film, dal massacro della famiglia ebraica alla vendetta di Shosanna, il tutto presentato in una scansione che riporta ancora una volta a Kill Bill. Ma il gioco di Tarantino si incontra ovunque: nel divertimento tragicomico dell’incontro/scontro/cammuffamento linguistico anglo-teuto-franco-italico, nella sigaretta che volteggia nell’aria, deja-vu di una scena già vissuta dalla piccola O-Ren Ishii di Kill Bill I, quando la sua famiglia è eliminata dai malavitosi della Yakuza. Ma è una ripresa di un gesto che si presenta capovolto negli esiti: ora sono gli antagonisti-Nazisti ad assaporare le fiamme. In Inglourious Basterds il potenziale del mezzo del cinema è convogliato in una sola direzione: trascinare nella furia tutto, sé stesso, Hitler, personaggi positivi e non. L’orgia cinematografica è sì cinema di cinema, ma non si conclude in una considerazione autoreferenziale e metalinguistica. Il cinema trasporta la storia in un mondo finzionale, nel quale il corso degli eventi è un chiaro sfogo distruttivo, una vendetta ironica e ricca, in cui la Storia deve sottostare alla potenza del linguaggio, che sarà in grado di tradurre infine in memoria l’intera esperienza nazista con un marchio d’infamia: una cicatrice a forma di svastica sulla fronte. Del Terzo Reich rimane ormai solo un’icona, o meglio, uno sfregio.


Enrico Mazzardi
Articolo scritto Mercoledì 14 ottobre 2009, ore 17:10
da enrico
 
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