ROMANZO CRIMINALE, di Michele Placido (Jury Members' Films) |
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Una sezione minore ma interessante del Festival è dedicata alla riproposta dei film cui hanno collaborato membri delle varie giurie. Di Esmeralda Calabria, montatrice per registi come Moretti, Piccioni, Archibugi e co-autrice del documentario Biùtiful cauntri è stato proiettato ieri all'Ex-Rex Romanzo criminale .
Va detto subito che l'impresa di trasporre sullo schermo il voluminoso romanzo di Giancarlo De Cataldo sulle gesta della Banda della Magliana non era delle più semplici: Placido ha dovuto maneggiare un libro di oltre 600 pagine in cui l'approfondimento psicologico procede in parallelo con la descrizione degli intricati rapporti fra membri della Banda, mafia e servizi segreti deviati, sino al ruolo non secondario giocato dai "Magliari" nei peggiori crimini che insanguinarono l'Italia nella stagione delle stragi e del terrorismo, affaire Moro e strage di Bologna in primo luogo. Gli sceneggiatori -oltre a Placido e De Cataldo ci sono anche Stefano Rulli e Sandro Petraglia- hanno perciò lavorato di sottrazione, realizzando un film di durata superiore alla media (quasi 3 ore) in cui i passaggi fondamentali del testo d'origine sono quasi sempre rispettati.
Quasi, appunto. All'uscita del film nelle sale italiane (inverno 2005) Roberto Silvestri del Manifesto aveva giustamente posto attenzione all'invenzione di un personaggio inesistente nel romanzo: lo spietato agente segreto "Carenza" (Giammarco Tognazzi) "proveniente dal Movimento Studentesco". Ammicco bipartisan? Piccola vigliaccheria per evitare strali dalla maggioranza al governo? Calcolata prudenza (comunque vigliacchetta) in previsione del passaggio televisivo? Il sospetto rimane, visto che né Placido né De Cataldo, hanno spiegato l'inserimento di questo personaggio, del tutto assente dal libro, come dagli atti processuali a cui esso è ispirato. Non è però questo dettaglio, per quanto spiacevole o inquietante, a determinare la riuscita finale di un progetto impegnativo come Romanzo criminale, che vive di modelli e influenze disparate: i filoni del "politico" e del "poliziottesco" anni '70 anzitutto, ma anche l'action USA (post- e sotto-tarantiniano) e persino -sullo sfondo e irraggiungibile, ma chiaramente evocato in apertura e nell'onirico finale- il sublime affresco di amicizia virile, criminalità e onore di C'era una volta in America (Sergio Leone, 1984). E forse è proprio in questa mescolanza di influenze che vanno cercati i motivi per cui il film non convince fino in fondo, indeciso com'è tra l'affresco socio-politico (ma, come abbiamo visto, troppo cauto per mordere davvero a fondo) e la riflessione sull'irresistibile attrazione del male, presto abbandonata in favore di scene d'azione spettacolari ma non esenti da un certo effetto di "già visto" e da una prudenza dovuta probabilmente alle esigenze televisive.
Certo, il ritmo è serrato, il montaggio non dà tregua e la ricostruzione d'epoca (dagli interni ai costumi, dalla musica alla fotografia e persino alle acconciature) è magistrale.
Non altrettanto, purtroppo, si può dire degli attori. Onore a Pierfrancesco Favino (in alto a destra) che, nel ruolo del "Libanese", spicca per carisma e rigore interpretativo. Nel fitto cast si salva anche la misurata interpretazione di Kim Rossi Stuart (il "Freddo") e, fra i caratteristi, un Antonello Fassari insospettabilmente amaro e spietato. Troppo televisivo e ripulito invece il resto dei comprimari: Claudio Santamaria cambia vestiti e parrucche a ritmo vertiginoso ma il problema è che la sua espressione resta sempre identica, idem Riccardo Scamarcio che non trova un muscolo facciale da muovere nemmeno fra gli spasmi dell'agonia. Anna Mouglalis (foto a sinistra) è sempre troppo vestita per fare la femme fatale e la scena in cui annega la sua disperazione nel whisky è davvero oltre le sue possibilità.
Resta da dire di Stefano Accorsi (qui a destra) che si gioca tutto sulle solite urla isteriche, viste ormai troppe volte e a cui davvero non si riesce più a credere. La sua interpretazione del commissario Scialoja (uno dei personaggi più complessi del libro) dona nuove sfumature all'aggettivo "monolitico" e ogni volta che transita per lo schermo con i baffoni, la stempiatura e le guance scavate, il film si ammoscia irreparabilmente.
Ciò detto, Romanzo criminale non è un film né brutto né involontariamente comico (e il rischio c'era). E' piuttosto un'ambizione irrisolta. Un'opera incompiuta, che serve a intrattenere ma non riesce a emozionare, che vola sulle idee e sui personaggi senza -purtroppo- penetrarli (quasi) mai.
Teo Lorini
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Articolo scritto Sabato 15 agosto 2009, ore 11:08 da teo |
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