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LA VALLE DELLA PAURA, di Mihály Györik (Piazza Grande) |
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Il primo lungometraggio di Mihály Györik, nativo di Basilea ma ticinese d'adozione, parte con il vantaggio di giocare in casa e La valle delle ombre arriva in Piazza Grande favoritissimo non solo dall'ottima disposizione di stampa locale & pubblico, ma anche in virtù di un budget verosimilmente cospicuo. Tuttavia per mettere assieme un film all'altezza di tanto dispendio, a Györik non bastano le numerose comparse, i bei costumi, gli effetti speciali, una sceneggiatura scritta con l'aiuto di tre noti romanzieri italiani (Eraldo Baldini, Sandrone Dazieri e Giampiero Rigosi) e nemmeno gli esterni e le bellissime location selezionate tra le valli del Ticino. La storia, in breve, è quella di Matteo, un ragazzino di Lugano che per vacanze viene spedito in montagna dal nonno. Accettato in un gruppo di bambini del luogo per intercessione della cugina, Matteo ascolterà dalle labbra dei coetanei tre storie terrificanti in cui il folclore di ieri si intreccia alle suggestioni di oggi.
L'idea, ispirata a un testo del co-sceneggiatore Eraldo Baldini, potrebbe anche funzionare, sorretta com'è dalle splendide ambientazioni che Györik filma molto bene nelle prime inquadrature. Peccato che non ci sia altrettanto talento né nella direzione degli attori né nella cura e nella plausibilità delle varie trame né soprattutto nella realizzazione delle sequenze horror, che spaventose non sono proprio mai, e scivolano anzi spesso nella comicità involontaria. Con sommo sprezzo del ridicolo, infatti, il regista mette insieme un cumulo impressionante di citazioni (da Hitchcock a Kubrick, dal Villaggio dei dannati al Patto dei lupi) costantemente al di sopra delle sue possibilità ma sembra dimenticarsi dei suoi modelli proprio al momento decisivo, quando cioè il movimento di camera, il gioco di messe a fuoco, il montaggio imprevedibile, la costruzione di un'immagine sono il vero motore dell'inquietudine e dell'autentica paura.
Il risultato è un film che oltre a non arrivare quasi mai al suo obiettivo, scopre prestissimo il suo gioco, trascinandolo troppo a lungo, fra battute inverosimili, prove attoriali scadenti (i bambini e la Osvárt scandiscono le loro battute con una inespressività che commuove) e clichés stravecchi (il matto del villaggio, la scrittrice di città che va a cercare ispirazione nel vecchio casolare di montagna...).
La Piazza non ha riservato alla Valle delle ombre le risate e l'emorragia di spettatori che hanno ferocemente contrappuntato l'anteprima stampa. È giusto così: una sonora bocciatura davanti al pubblico di casa sarebbe stata punizione troppo severa per il primo film di un giovane regista che in passato ha saputo fare bene (nel 1995 Györik ha vinto il Pardino d'argento per i cortometraggi) e si è dimostrato così tenace e abile nel raccogliere fiducia e risorse produttive.
Teo Lorini
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Articolo scritto Venerdì 14 agosto 2009, ore 14:08 da teo |
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