PRANZO DI FERRAGOSTO, di Gianni Di Gregorio |
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 Gianni, un uomo di mezza età con il vizio del bere, vive a Trastevere con l’anziana madre, una nobildonna decaduta. Hanno una casa ormai fatiscente e faticano ad arrivare alla fine del mese, anche perché l’uomo si divide fra le faccende domestiche e l’osteria senza portare a casa alcun guadagno. Quando l’amministratore gli piomba a casa, alla vigilia di ferragosto, con l’ennesimo richiamo, Gianni non sa proprio che pesci pigliare. In realtà il furbo amministratore ha già in mente una soluzione: Gianni dovrebbe dare ospitalità per la sera e per il successivo pranzo alla sua di mamma, dandogli la possibilità di raggiungere la famiglia in vacanza (che altri non è se non una giovane amante), in cambio gli decurterà parte delle spese condominiali arretrate. Si presenta poi a tradimento con due ospiti, aggiungendo anche una zia che non sa dove collocare. E l’amministratore non è l’unico a pensare a Gianni in questo frangente: anche un amico medico gli chiede di badare alla mamma, visto che sarà di turno all’ospedale. Così la casa si trasforma in una sorta di ospizio di lusso, tanto che le quattro anziane signore si trovano benissimo con Gianni che si fa in quattro per accontentarle. Dopo il fatidico pranzo di ferragosto, sembrerebbe che tutte possano riprendere la strada di casa, ma sono proprio loro, le quattro vecchiette, a cambiare, a questo punto, le carte in tavola…
Premiata alla 65° Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, questa opera prima, altamente autobiografica, di Gianni Di Gregorio – qui regista, sceneggiatore e attore - ha giustamente riscosso un grande successo. “Nell’estate del 2000 realmente – racconta Di Gregorio - l’amministratore del condominio, sapendomi moroso, mi propose di tenere sua madre per le vacanze di ferragosto. In un sussulto di dignità rifiutai, ma da allora mi chiedevo spesso cosa sarebbe potuto succedere se avessi accettato.
Questo è il risultato”.
Ha un sapore amaro, ma al tempo stesso tenero, il suo racconto, che lo vede protagonista con quattro strepitose signore, attrici non professioniste, decisamente in età avanzata, che con la loro naturalezza ed esuberanza conquistano il pubblico senza riserve. Gli spunti di riflessione sono molti, primo fra tutte, la spesso difficile condizione dell’anziano, che non ha quasi mai la fortuna di un figlio devoto (e forse un po’ fannullone) come Gianni e che viene dimenticato volentieri. E, infatti, sempre Di Gregorio sottolinea, ricordando i molti anni di convivenza con la madre vedova, “Pur se provato, ho conosciuto e amato la ricchezza, la vitalità e la potenza dell’universo dei 'vecchi'. Ma ho anche visto la loro solitudine e vulnerabilità in un mondo che cammina a passo accelerato senza sapere dove va perché dimentica la sua storia, perde la continuità del tempo, teme la vecchiaia e la morte ignorando che nulla ha valore se non la qualità dei sentimenti”. Tutto questo è narrato con grande ironia, tratteggiando perfettamente alcuni dettagli tipicamente italiani, come l’ascensore con la chiavetta, ad uso solo dei condomini che ne hanno effettivamente pagato l’installazione…
Benedetta Giorgi Pompilio
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Articolo scritto Venerdì 14 novembre 2008, ore 16:11 da benedetta |
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