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DENTI, di Mitchell Lichtenstein
Al cinema Veramente notevole questa opera prima da regista di Mitchell Lichtenstein (figlio d’arte, pop nella fattispecie): produce, sceneggia e gira una spassosa commedia-horror che va a colpire - senza eccedere in facile morbosità - il delicato tasto della principale ansia dell’uomo post-freudiano, quella della castrazione. Dawn, interpretata una sorprendente Jess Weixler, giustamente premiata al Sundance Film Festival per la sua performance, è una giovane liceale che si batte per diffondere l’ideale della castità, partecipando come attivista ad incontri destinati a questa missione figlia di un puritanesimo che viene magistralmente schernito durante tutto il film. La ragazza è ben conscia che qualcosa nella sua anatomia non quadra, e c’è il fondato sospetto che lei mantenga una certa posizione difesa di fronte all’argomento sessuale proprio per cercare di evitare di scoprire cosa non va nel suo organo riproduttivo. Certo non si sarebbe aspettata di possedere quella che storicamente è definita in termini latini vagina dentata, un prodigio della natura in grado di evirare qualsiasi ragazzo osi avventurarsi in esperienze sessuali con la suddetta giovane.

Potete facilmente immaginare quindi quale sia il misero destino dei vari ragazzi entrati in intimità con la ragazza che, se in un primo momento manteneva un atteggiamento sconvolto e spaventato di fronte alla sua diversità, col passare del tempo si accorge di come questa sua peculiarità possa essere da lei utilizzata come la migliore delle armi difensive... Non ci troviamo di fronte al solito prodotto del genere “horror”, Denti è un film grottesco, una commedia nera dove dominano i doppi sensi (vedere la maglietta della protagonista che recita: “Warning! Sex changes everything”). La storia in sè consiste in una trama molto esile, ma il pregio della stesura di questa sceneggiatura è proprio quello di non voler aggiungere altro ad una testo nato per essere vivificato dalla sola presenza shoccante di questo mitico prodigio. Lichtenstein ha pensato invece di sviluppare l’opera in profondità, con elementi stilistici in grado di elevare il prodotto finale a livelli d’insospettabile qualità: possiamo quindi ammirare un’attentissima fotografia carica di valenze simboliche e un’ironia in grado ora di far ridere, ora di far riflettere. Le immagini sono studiate (come del resto la colonna sonora, che sembra sempre accompagnare i pensieri e i movimenti della giovane protagonista), integrate alla perfezione con il senso profondo del film, e sono anche in grado di rivelare più di quanto i personaggi stessi ci raccontino. La scena iniziale è composta da una breve panoramica della macchina da presa, che si sofferma sull’ormai familiare skyline simpsoniano di una centrale nucleare che domina il paese dove si svolge la storia, e più precisamente l’abitazione dove abita la protagonista. Quindi, dopo un solo minuto di film ci è già offerto una suggestione e il primo aspetto di critica “silenziosa”: il sempre attuale problema del nucleare. Che la malformazione di Dawn sia dovuta alle radiazioni? Nel resto del film tutta la simbologia sessuale riconduce alla minaccia della castrazione. Nella scena del primo rapporto sessuale della protagonista, e della conseguente prima tragica evirazione, le inquadrature sottolineano con insistenza, nell’ordine: una fessura di un albero, una caverna cinta da stalattiti che si affaccia su di un laghetto, e in una scena successiva un granchio... Queste sono solo alcune delle immagini che contribuiscono a indicarci a chiare lettere quale sia l’orizzonte in cui si muove la protagonista. Si continua poi ribadendo il concetto con altre rappresentazioni sempre più esplicite: la figura di Medusa, simbolo principe della castrazione secondo Freud, ricorre prima nei libri di studio di Dawn, poi in un datato film horror visto sulla televisione in camera del fratello, e sempre sul piccolo schermo la protagonista aveva precedentemente visto una orripilante figura dotata di tremende fauci, di fronte alla quale era rimasta sconvolta, come se avesse già avvertito la presenza di qualcosa di mostruoso in lei. È comunque tra le pagine di un libro di testo della giovane che vediamo uno degli elementi più significativi di Denti: nel volume scolastico di anatomia la pagina in cui è raffigurata una vagina - il tabù - è occultata da un chiassoso adesivo dorato quasi impossibile da rimuovere. C’è poi molta ironia nell’apparizione dei ragazzi che partecipano agli incontri sulla "purity", prima bonari adolescenti alla ricerca di un appoggio, poi tramutati sotto gli occhi di Dawn in una sorta di automi pronti a parlare in sincrono e a redarguire le debolezze altrui a colpi di citazioni dai Vangeli. Lo spettatore vede e vive un mondo pansessuale, vittima di una crescente condivisione col punto di vista della protagonista, con le sue fantasticherie, che costituiscono l’anima per così dire comico-grottesca del film. Per cui la realtà non sarà necessariamente rappresentata ma stravolta, forse, da proiezioni di timori, come quello ad esempio di vedersi additata nel mezzo di un’apoteosi di strilli col grido “vagina dentata! vagina dentata!” dal proprio ginecologo. Il reale desiderio che soggiace all’opera di Lichtenstein è parzialmente rivelato dall’espressione di Dawn quando riesce finalmente a vedere la pagina nascosta del suo libro di testo, a rendersi conto di quale sia la natura del sesso femminile, questo è il vero sogno cui tende il film: il desiderio della normalità, passaggio naturale che condurrà poi all’accettazione (e la valorizzazione) dell’anormalità. In tutto questo non può che giungere come dissonante ai nostri occhi la presenza di cartelloni pubblicitari che dominano la strada che conduce dal ginecologo, in cui l’ennesima pubblicità di intimo o profumi ci presenta un sedicente modello di perfezione. Denti non è quindi tanto un film creato per incutere paura nello spettatore, quanto per giocare con una angoscia che gli è connaturata, e allo stesso tempo mettere in scena con toni da commedia timori e problematiche (sessuali e non) dei nostri tempi. A bilanciare il tutto c’è comunque un tocco doverosamente splatter nella rappresentazione delle castrazioni, cui tuttavia segue sempre l’immancabile battuta o una situazione ridicola, presente soprattutto nei momenti più crudi. Solo così si riesce a sdrammatizzare ed esorcizzare le scene a cui si è sottoposti. Il meccanismo della risata di Lichtenstein serve a liberare la tensione, puro ossigeno per gli spettatori di sesso maschile immersi in questa freudiana commedia della castrazione. Un piacevole shock, un film riuscito.
Perchè, come diceva il nostro buon Sigmund, gli uomini sanno bene che preferirebbero perdere la vita piuttosto che essere privati dei loro genitali...

Enrico Mazzardi
Articolo scritto Mercoledì 27 agosto 2008, ore 17:08
da enrico
 
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