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LIRICHE E POEMI, di Michail J. Lermontov
LibriNel 2004 Feltrinelli dava alle stampe una nuova traduzione di “Un eroe dei nostri tempi” a cura di Paolo Nori. A testimonianza del rinnovato interesse col quale negli ultimi anni si guarda all'autore nato a Mosca nel 1814, esce in questi giorni in libreria la raccolta “Liriche e poemi”, per i tipi di Adelphi. La figura di Michail J. Lermontov sembra incarnare perfettamente lo stereotipo, ancora molto in voga, del poeta romantico. Morto prima di compiere i ventisette anni, condusse una vita di eccessi e di tormenti, frequentò il bel mondo, non gli mancarnono le disavventure amorose e naturalmente i duelli, nell’ultimo dei quali, il 14 luglio 1841, perse la vita. Buona parte della sua vicenda biografica traspare dalle sue opere: dall’infanzia traumatica, con la precoce scomparsa della madre, ai viaggi in Caucaso, terra per sempre rimpianta che affiora nelle liriche come luogo di felicità irrecuperabile, fino alle laceranti disavventure amorose. Ma nelle poesie come nei poemi troviamo molto altro.

Prevalgono certamente i temi romantici, declinati in tutte le sfumature, dai toni nordici a quelli baroccheggianti, non manca il gusto per il macabro che affiora ogni qual volta si parla di morte- e naturalmente se ne parla spesso- tuttavia Lermontov, consapevole del personaggio che andava costruendosi, ne conosce e teme i rischi al punto da iniziare una lirica del 1832 con un verso quanto mai emblematico: “No, non son Byron, sono un altro”. Individualismo e volontà di affermazione tipicamente romantici, senza dubbio, ma anche consapevolezza che a voler rincorrere sino in fondo certi modelli c’è il rischio di finire intrappolati in un gioco fin troppo codificato e soffocante.

C’è una figura attorno a cui ruota tutta l’opera di Lermontov, un’immagine che racchiude in sé l’esistenza stessa del poeta e la cifra distintiva della sua opera: il Demone. Il poeta lavorò tutta la vita alla creazione di questo mito, componendo tra il 1829 e il 1841 ben otto redazioni del poema Il Demone e riprendendone il tema in molte altre liriche. Nei versi di Lermontov un motivo letterario certo non originale aquista nuova linfa e nuova carica simbolica. Il Demone viene descritto come creatura solitaria e triste, tetra, assorta e distaccata, ogni contatto con l’umano gli è negato ed egli osserva da lontano le vicende terrene, con odio e invidia. In questi tratti è facile scorgere sfumature del carattere del poeta stesso, così sprezzante della società contemporanea, orgoglioso, irascibile, incapace di scendere a compromessi. Tutto è amplificato nelle descrizioni del Demone, senza misura; l’odio, l’amore, la vendetta sono straripanti e sovrumani. Lo sfondo naturale assumerà allora i tratti –così cari al poeta- del paesaggio caucasico: le altissime cime innevate, il fiume Tèrek. Un paesaggio aspro e asimmetrico, in cui emerge la sovrastante grandezza della natura, la sua violenza e maestosità. E così i versi per adattarsi ai pendii e ai dislivelli del Caucaso, al furore delle passioni demoniache, si fanno anch’essi contorti e virtuosi, spezzati, ricchi di iperboli e amplificazioni. Si crea spesso un gioco combinatorio di cui il poeta visibilmente si compiace, interi sintagmi si ripetono a distanza in liriche diverse, come se le poesie fossero composte ogni volta dai frantumi delle precedenti opere nuovamente ricombinati.

Come per il Demone, così per gli altri personaggi, che ne sono prefiguarazione, non esiste amore felice, e del resto così fu in vita per il poeta stesso. Nell’opera di Lermontov l’amore porta sempre sul ciglio della tragedia, è sconvolgimento, vampa irrefrenabile, oppure rimpianto, sentimento di perdita: mai approdo sereno, cessazione del dolore, condivisione. Come ha messo in evidenza Ripellino “Gli eroi lermontoviani si accendono senza rimedio, e amano con un’ostinazione furente, che poi si sfiocca, come nei fiumi caucasici, in una funebre schiuma. È così smisurata la loro passione, che essi finiscono spesso col trucidare l’amata per troppo amore”.
Quello descritto finora è sicuramente il versante più noto del poeta russo, quello che lo ha reso celebre alfiere del Romanticismo e ne ha consacrato i versi facendoli arrivare fino a noi. Esiste però un'altra faccia -meno conosciuta- della poetica di Lermontov, che nel volume di Adelphi possiamo rintracciare soprattutto nei poemi, (Saška, La tesoriera di Tambov, Favola per bambini). Qui lo stile enfatico viene meno e cede il passo a un verseggiare sommesso e discorsivo in cui c’è spazio addiritttura per il riso, per l’autoironia e la parodia persino del romanticismo stesso. Anche nelle liriche degli ultimi anni si nota un progressivo abbassamento dei toni, un’avvicinamento alla prosa. È come se il poeta approssimandosi alla soglia dei trent’anni sentisse il bisogno di abbandonare i furori giovanili per rinchiudersi nel ruolo di creatura dimessa e solitaria; non più titanica, irriverente sfida alla società, ma accettazione di una sconfitta. Sappiamo che il poeta scomparirà prematuramente all’età di ventisei anni, e ci stupiamo nel leggere ancora un paio di versi della già citata poesia “No non son Byron…” in cui il poeta appena diciottenne, come se presentisse il suo destino scrive queste parole:

Al par di lui, ma con anima russa.
Io prima cominciai, finirò prima

Non si sbagliava il giovane poeta. Tuttavia una cosa non poteva forse immaginare; che i suoi versi dopo più di centocinquant’anni mantenessero ancora la stessa forza e irriverenza. Non resta allora che leggerli -o rileggerli- nella bella traduzione di Tommaso Landolfi, oggi riproposta nel volume adelphiano.

Michele Barbolini

Liriche e poemi
di Michail J. Lermontov
Adelphi
pp.632 euro 48
Articolo scritto Venerdì 15 settembre 2006, ore 18:09
da michele
 
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